CENTRO TELEVISIVO SPERIMENTALE

PROGETTO – (Menzione d’onore)

Daniela Barbaro
Daniele Colistra
Giuseppe Romeo
Domenico Spataro
Giovanni Tebala

UNA METAFORA URBANA Inserita come un cuneo nel difforme tessuto urbano della periferia nord di Reggio, l’area su cui sorgerà il Centro Televisivo Sperimentale e Didattico-Culturale che il Comune di Reggio Calabria ha in animo di realizzare, rivela caratteri di grande potenzialità. Un’area lambita dalla s.s. 18, circondata da agrumeti, terreni incolti e architetture disomogenee. Un’area che presenta al suo interno strutture e edifici industriali in stato di abbandono, ma dotata di un’aura singolare. Aggirandosi fra i capannoni abbandonati, le cataste di lattine vuote e le montagne di fusti impilati, sembra quasi che il tempo si sia improvvisamente fermato, affidando lo spazio in cui prima si svolgevano, febbrili, il lavoro e la vita a un lento, inesorabile sgretolamento. Ogni progetto è una sfida. Questo progetto lancia una grande sfida. Non si tratta semplicemente di riqualificare un’area in stato di abbandono, riadattandola a nuove funzioni e rendendola vitale, attiva, fruibile, produttiva. Occorre piuttosto ridefinire un luogo di elevata qualità urbana; uno spazio rappresentativo, uno spazio che la città può esibire e al quale, quindi, può affidare la propria immagine. In questo progetto l’architettura lascia che la città entri al suo interno, si intersechi ad essa, ne assorba gli elementi caratterizzanti. Progetto come metafora di una nuova qualità urbana. La qualità urbana si basa principalmente su tre componenti: paesaggio, architettura, cultura. Elementi che, se messi in sistema e governati con competenza, possono garantire sviluppo, occupazione, flussi di visitatori e di capitali, benessere, qualità della vita. Il Centro Televisivo Sperimentale deve inserirsi nella logica di rinnovamento e potenziamento delle infrastrutture urbane della periferia nord di Reggio, puntando su una qualità che, partendo dall’architettura, sia in grado di promuovere cultura in modo organico rispetto agli altri spazi e infrastrutture che in città perseguono gli stessi fini. Il progetto muove dallo studio e dall’analisi dell’attuale situazione urbana. Più in particolare, considera la nozione di periferia non tanto come legata all’idea di marginalità, di arbitrio, di abuso, quanto piuttosto come luogo in cui il paesaggio naturale e l’opera dell’uomo possono trovare un punto di equilibrio. Parlare di natura in un area come quella in questione può apparire beffardo, visto il livello di compromissione e di degrado. Tuttavia, Reggio è una città favorita dal clima e dalla natura; al suo interno, basta poco per scoprirne le tracce e per metterle in evidenza. Da questo punto di vista, ogni parte della città è un luogo privilegiato, per lo meno per quanto attiene le qualità visuali e paesaggistiche. Anche l’area dell’ex Italcitrus, quindi, è un luogo di grandi potenzialità. Paesaggio, architettura, cultura. In quanto alla prima di queste tre componenti, la natura è stata generosa con Reggio. Adesso occorre lavorare per promuovere le altre due. Convinti che attraverso Lavorare sulla periferia ci ha imposto di ragionare sulla sua esistenza, sulle ragioni che la rendono ambigua, incrinata, complessa. Abbiamo quindi cercato di ricondurre a una logica unitaria ciò che è frammentato, ma senza avere la presunzione di ricomporlo. Abbiamo cercato di dare una forma a ciò che ne è privo, ricercandola proprio a partire dalle debolezze che attualmente sembrano comprometterle irreparabilmente ogni carattere di riconscibilità. Abbiamo cercato di evidenziare la forza e l’icasticità del paesaggio, evitando di riproporre nostalgicamente il tema del giardino mediterraneo ma, piuttosto, puntando sull’espressività tettonica di un terreno geometrizzato e ridotto a un’ipotetica stereometria primigenia. Abbiamo cercato di riallacciarci alla memoria storica della vita, del lavoro e delle persone che, per decenni, hanno animato questo luogo, ma senza riproporre in modo conservativo forme, strutture e impianti ormai desueti e inadatti alle attività che saranno svolte in futuro. L’unico edificio che verrà ristrutturato e mantenuto visibile è quello che ospitava l’amministrazione dell’Italcitrus, indicato nel Layout di distribuzione funzionale come “Padiglione C”. Abbiamo cercato di suggerire, attraverso il simbolismo della torre/traliccio, l’idea della cultura, della conoscenza e della comunicazione che si innalza verso il cielo e si irradia in tutte le direzioni, rendendosi disponibile a tutti. Cinque punti per un’unica metafora urbana, per una struttura altamente specializzata, per una forma visivamente icastica, prer uno spazio urbano che arricchisce la periferia nord di una nuova polarità. un progetto possano essere messi in sistema il fascino del paesaggio dello Stretto, la rappresentatività di un’architettura riconoscibile e la forza di attrazione di un Centro in grado di promuovere attività significative per la cultura e la qualità urbana. Frammentazione, debolezza, paesaggio, memoria storica, simbolismo. Abbiamo immaginato di rappresentare metaforicamente questi punti qualificanti mediante un unico elemento, per noi altamente simbolico: un piano che, senza soluzioni di continuità, raccordi, ricopra e inglobi tutti gli edifici che ospiteranno il Centro. Una vera e propria coltre che unifichi, pur senza nasconderli, gli oggetti posti al di sotto di essa. Una scelta di questo tipo è sicuramente forte, ma deriva direttamente da un attento studio del luogo. Ci sembrava scorretto proporre, in quel particolare contesto architettonico e ambientale, un’architettura stereometrica, geometricamente riconoscibile. Abbiamo voluto anche evitare di suggerire volumi che, pur nella loro ipotetica complessità, denunciassero una contrapposizione netta fra la giacitura orizzontale del terreno e quella verticale degli edifici. La ricerca di una continuità fra piani orizzontali e piani verticali, fra pieni e vuoti, fra edifici e terreno ci sembrava una scelta da perseguire; e ci sembrava errato, in un’area periferica e soggetta a degrado, inserire il corpo estraneo di un’architettura che affida la sua qualità alla compiutezza e al rigore formale. Tuttavia ci sembrava necessario proporre un progetto unitrario, sviluppato e condotto secondo una logica coerente.UNA METAFORA URBANA Inserita come un cuneo nel difforme tessuto urbano della periferia nord di Reggio, l’area su cui sorgerà il Centro Televisivo Sperimentale e Didattico-Culturale che il Comune di Reggio Calabria ha in animo di realizzare, rivela caratteri di grande potenzialità. Un’area lambita dalla s.s. 18, circondata da agrumeti, terreni incolti e architetture disomogenee. Un’area che presenta al suo interno strutture e edifici industriali in stato di abbandono, ma dotata di un’aura singolare. Aggirandosi fra i capannoni abbandonati, le cataste di lattine vuote e le montagne di fusti impilati, sembra quasi che il tempo si sia improvvisamente fermato, affidando lo spazio in cui prima si svolgevano, febbrili, il lavoro e la vita a un lento, inesorabile sgretolamento. Ogni progetto è una sfida. Questo progetto lancia una grande sfida. Non si tratta semplicemente di riqualificare un’area in stato di abbandono, riadattandola a nuove funzioni e rendendola vitale, attiva, fruibile, produttiva. Occorre piuttosto ridefinire un luogo di elevata qualità urbana; uno spazio rappresentativo, uno spazio che la città può esibire e al quale, quindi, può affidare la propria immagine. In questo progetto l’architettura lascia che la città entri al suo interno, si intersechi ad essa, ne assorba gli elementi caratterizzanti. Progetto come metafora di una nuova qualità urbana. La qualità urbana si basa principalmente su tre componenti: paesaggio, architettura, cultura. Elementi che, se messi in sistema e governati con competenza, possono garantire sviluppo, occupazione, flussi di visitatori e di capitali, benessere, qualità della vita. Il Centro Televisivo Sperimentale deve inserirsi nella logica di rinnovamento e potenziamento delle infrastrutture urbane della periferia nord di Reggio, puntando su una qualità che, partendo dall’architettura, sia in grado di promuovere cultura in modo organico rispetto agli altri spazi e infrastrutture che in città perseguono gli stessi fini. Il progetto muove dallo studio e dall’analisi dell’attuale situazione urbana. Più in particolare, considera la nozione di periferia non tanto come legata all’idea di marginalità, di arbitrio, di abuso, quanto piuttosto come luogo in cui il paesaggio naturale e l’opera dell’uomo possono trovare un punto di equilibrio. Parlare di natura in un area come quella in questione può apparire beffardo, visto il livello di compromissione e di degrado. Tuttavia, Reggio è una città favorita dal clima e dalla natura; al suo interno, basta poco per scoprirne le tracce e per metterle in evidenza. Da questo punto di vista, ogni parte della città è un luogo privilegiato, per lo meno per quanto attiene le qualità visuali e paesaggistiche. Anche l’area dell’ex Italcitrus, quindi, è un luogo di grandi potenzialità. Paesaggio, architettura, cultura. In quanto alla prima di queste tre componenti, la natura è stata generosa con Reggio. Adesso occorre lavorare per promuovere le altre due. Convinti che attraverso Lavorare sulla periferia ci ha imposto di ragionare sulla sua esistenza, sulle ragioni che la rendono ambigua, incrinata, complessa. Abbiamo quindi cercato di ricondurre a una logica unitaria ciò che è frammentato, ma senza avere la presunzione di ricomporlo. Abbiamo cercato di dare una forma a ciò che ne è privo, ricercandola proprio a partire dalle debolezze che attualmente sembrano comprometterle irreparabilmente ogni carattere di riconscibilità. Abbiamo cercato di evidenziare la forza e l’icasticità del paesaggio, evitando di riproporre nostalgicamente il tema del giardino mediterraneo ma, piuttosto, puntando sull’espressività tettonica di un terreno geometrizzato e ridotto a un’ipotetica stereometria primigenia. Abbiamo cercato di riallacciarci alla memoria storica della vita, del lavoro e delle persone che, per decenni, hanno animato questo luogo, ma senza riproporre in modo conservativo forme, strutture e impianti ormai desueti e inadatti alle attività che saranno svolte in futuro. L’unico edificio che verrà ristrutturato e mantenuto visibile è quello che ospitava l’amministrazione dell’Italcitrus, indicato nel Layout di distribuzione funzionale come “Padiglione C”. Abbiamo cercato di suggerire, attraverso il simbolismo della torre/traliccio, l’idea della cultura, della conoscenza e della comunicazione che si innalza verso il cielo e si irradia in tutte le direzioni, rendendosi disponibile a tutti. Cinque punti per un’unica metafora urbana, per una struttura altamente specializzata, per una forma visivamente icastica, prer uno spazio urbano che arricchisce la periferia nord di una nuova polarità. un progetto possano essere messi in sistema il fascino del paesaggio dello Stretto, la rappresentatività di un’architettura riconoscibile e la forza di attrazione di un Centro in grado di promuovere attività significative per la cultura e la qualità urbana. Frammentazione, debolezza, paesaggio, memoria storica, simbolismo. Abbiamo immaginato di rappresentare metaforicamente questi punti qualificanti mediante un unico elemento, per noi altamente simbolico: un piano che, senza soluzioni di continuità, raccordi, ricopra e inglobi tutti gli edifici che ospiteranno il Centro. Una vera e propria coltre che unifichi, pur senza nasconderli, gli oggetti posti al di sotto di essa. Una scelta di questo tipo è sicuramente forte, ma deriva direttamente da un attento studio del luogo. Ci sembrava scorretto proporre, in quel particolare contesto architettonico e ambientale, un’architettura stereometrica, geometricamente riconoscibile. Abbiamo voluto anche evitare di suggerire volumi che, pur nella loro ipotetica complessità, denunciassero una contrapposizione netta fra la giacitura orizzontale del terreno e quella verticale degli edifici. La ricerca di una continuità fra piani orizzontali e piani verticali, fra pieni e vuoti, fra edifici e terreno ci sembrava una scelta da perseguire; e ci sembrava errato, in un’area periferica e soggetta a degrado, inserire il corpo estraneo di un’architettura che affida la sua qualità alla compiutezza e al rigore formale. Tuttavia ci sembrava necessario proporre un progetto unitrario, sviluppato e condotto secondo una logica coerente.



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